Ercole Drei: la riscoperta dei valori della tradizione classica
Ercole Drei nasce a Faenza nel 1886. Alla Scuola d'Arti e Mestieri, dove privilegia i corsi di intaglio diretti da Massimiliano Campello, egli ha come compagni di studio Nonni, Ugonia, Guerrini, Gatti e Rambelli, tutti artisti che, all'inizio del '900, fecero parte del cosiddetto "cenacolo Baccarini "e furono protagonisti di quel risveglio e rinnovamento artistico faentino, e più in generale romagnolo, che ebbe ripercussioni anche a livello nazionale. Proprio sotto l'influenza di Domenico Baccarini, Drei si avviò alla carriera artistica di scultore (solo in epoca successiva si dedicò anche alla pittura). Conseguito il diploma nel 1904, l'artista faentino completò la sua preparazione a Firenze sotto la guida di Augusto Rivalta. Nel 1913 Drei si trasferì a Roma dove rimase sino alla morte (1973). Il periodo che va dal 1920 al 1942 è, senza dubbio, per Ercole Drei il più ricco e produttivo della sua carriera. Da un lato egli è chiamato a far fronte numerose commesse pubbliche relative a importanti monumenti ufficiali; dall'altro non trascura l'insegnamento presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna (dal 1927 al 1957) né la propria produzione artistica che, oltre alla scultura, contempla anche dipinti, disegni e incisioni.
Ercole Drei appartiene a quel novero di artisti italiani che, prese le mosse dal naturalismo tardo Ottocento, approdarono quasi naturalmente al "Novecento Italiano": il movimento artistico ufficiale del regime fascista, che, richiamandosi alla solarità del classicismo mediterraneo, comprende fra i suoi canoni, usando le parole di Margherita Sarfatti, <<limpidità nella forma e compostezza nella composizione, nulla di alambiccato e di eccentrico, esclusione dell'arbitrario e dell'oscuro>>. Tutti concetti che Drei, con la sua totale adesione al classicismo, aveva da tempo già fatto propri. Di sé egli diceva <<Sono nato a Faenza nel paese della ceramica dove gli artigiani imparano il mestiere e vi trovano l'ambiente per sviluppare le proprie attitudini artistiche. Ho imparato prima il mestiere poi l'arte e così mi è rimasto nel sangue questo mio attaccamento per la forma ben capita e ben condotta che qualcuno potrebbe anche chiamare scolastica >>. E ancora <<Ho sempre amato la bellezza della forma, l'armonia delle proporzioni, l'espressione, la sapienza del mestiere. La natura è il modello dell'arte e da essa (l'arte) deve trarre l'immagine per creare i suoi fantasmi>>. La conclusione è che <<l'arte non deve mai essere eseguita con dilettantismo e deve utilizzare un linguaggio chiaro e leggibile. L'arte, se vuole ancora interessare ed entrare nella vita, deve diventare popolare, cioè comprensibile ed accessibile, come è sempre stata nei suoi periodi più aurei>>. In poche parole la poetica di Drei può essere così riassunta : il vero in bella forma. A questa regola Drei è rimasto fedele per tutta la vita, con grande equilibrio e misura, senza sbandamenti espressionistici o simbolistici. Alla base della sua poetica c'è una convinzione ideologica: con l'Ottocento si chiude il grande ciclo dell'arte classica e comincia l'epoca degli "ismi", delle avanguardie, degli esotismi, delle esterofilie, ecc. Per superare questa fase, che Drei giudica una pericolosa "impasse" che rischia di uccidere l'arte, occorre ritornare alla tradizione classica che ha dato capolavori insuperati. Solo riferendoci a queste opere è possibile sottrarsi alla decadenza, alla confusione dei linguaggi e ritrovare quelle regole, comprensibili da tutti e perciò trasmissibili, attraverso le quali l'arte trova le sue espressioni. Alla luce di questa forte convinzione si spiega anche l'adesione data da Drei alle grandi committenze del regime:<< - durante il ventennio (l'arte) trovò modo di manifestarsi con una filosofia sociale - per illustrare, attraverso una narrativa pittorica e plastica, i fasti di un'epoca. L'arte evase dalla cosiddetta pittura da cavalletto e ritornò a prendere dimora sui muri come ai bei tempi antichi>>.
Minimo comun denominatore della poetica di Drei è, quindi, la volontà di operare per salvare quei valori di forma e di qualità che sono il grande patrimonio della tradizione classica e dai quali egli ritiene non si possa prescindere per poter propriamente parlare di arte. Da ciò il suo costante e fermo impegno nella direzione della riedificazione di un patrimonio collettivo messo a rischio dalla dissoluzione rappresentata dalle varie sfaccettature della cosiddetta "modernità".
Anche nella pittura, così come nella scultura, Drei aborriva l'intellettualismo fine a se stesso e le fughe in avanti verso soluzioni che deviassero da quello che, a suo avviso, doveva essere il fulcro poetico per eccellenza: lo stimolo della realtà. Delle nuove esperienze artistiche egli diceva <<Tutto quello che è avvenuto di nuovo non mi ha sedotto, l'arte non è progressista come la scienza e non ha da raggiungere perfezionamenti tecnici come la meccanica >>. Non per questo però si può dire che Drei non abbia sentito l'influsso delle nuove mode ma i suoi dipinti, pur registrando le evoluzioni del gusto, non sono mai andati oltre alla semplicità di descrizione e alla sottile poesia che emanano dall'atmosfera di un paesaggio o dall'espressione di una modella. Invano si cercherebbero nell'opera di Drei pittore - così come in quella di Drei scultore - ragioni ideologiche o concettuali che non siano riconducibili a quella totale adesione al classicismo che è la chiave di volta della sua poetica e del suo essere artista.
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